Bergoglio, il “fine vita” e l’ “umanità all’accompagnamento del morire” – Parte I

 

A) Testo del discorso di J.M. Bergoglio:

Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita. Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. (…) È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (…). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo. (…) Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione ” (Messaggio ai partecipanti al meeting regionale europeo della “World Medical Association” sulle questioni del “fine-vita” del 16-17 novembre, 7 novembre 2017)

 

B) Riferimenti alla Sacra Scrittura:

Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,17-18)

Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno 
e il cui cuore si allontana dal Signore” (Ger 17,5)

Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,11-12)

Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37)

 

C) Commento:

Bergoglio scrive una lettera al suo fedele ministro Vincenzo Paglia, a capo della così detta Accademia per la Vita. Paglia è un personaggio molto discusso, a motivo della sua vicinanza al mondo gay e a tante iniziative che di cristiano, in tema di difesa della “famiglia” e della “sacralità della vita”, non hanno nulla (cfr. Un nuovo motu proprio per distruggere la vita e la famiglia).

Nei suoi discorsi Bergoglio non mette mai al centro Cristo e il Suo Pensiero, la Sua Onnipotenza. Bergoglio mette al centro il pensiero dell’uomo, affinché ognuno possa sentirsi legittimato di pensare a modo proprio. Dio è Dio. L’uomo no. Dio è onnipotente. L’uomo è limitato. E da questo punto si deve partire.

Mettere al centro l’uomo e il suo pensiero, e non Dio, è il modo sbagliato per trattare temi così fondamentali come quello della Vita e della sua sacralità.

Il modo di agire di Bergoglio è invece tipico dell’umanesimo e del relativismo. Per l’umanesimo il centro di tutto non è più Dio, ma l’uomo. Per il relativismo, non esiste una verità, la Verità assoluta, ma tutto è relativo. E tante altre volte Bergoglio ha dimostrato di essere un difensore sia dell’umanesimo (cfr. Bergoglio si immischia per realizzare il suo sogno: un nuovo umanesimo, un mondo senza DioL’insegnamento anticristiano che “incoraggia e valorizza il prezioso umanesimo”) sia del relativismo (cfr “Non c’è, nemmeno per chi crede, una Verità assoluta”; Il Bene secondo coscienza).

Ma tutto ciò porta alla negazione di Dio e all’esaltazione dell’uomo, inteso come un vero e proprio “dio”. L’uomo che si sostituisce a Dio e decide “con il proprio pensiero” se vivere o morire, se far nascere oppure no. Tutto ciò giustificato con un altro “umano diritto”. Il c.d. diritto della donna di decidere se dare alla luce il suo bambino. Il c.d. diritto del malato di rinunciare alle cure, di decidere se continuare a vivere oppure no. Tutto mascherato da parole “politicamente corrette” quali ad esempio il diritto di evitare il c.d. “accanimento terapeutico”.

Bergoglio in tali discorsi è sempre volutamente ambiguo. Da una parte dice che la medicina ha aiutato a sconfiggere tante malattie, ma dall’altra dice che non le ha sconfitte tutte. Da una parte dice ancora che “gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi”. Ancora: che questi “possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute”. E così via. Per giungere a dire che il criterio guida è quello “etico e umanistico”. Quindi al centro non vi è Dio (al Quale nulla è impossibile, che può in qualsiasi momento guarire ciò che per l’uomo è impossibile) ma l’umanesimo e l’etica. Quale etica? Quella dell’uomo, che pensa solo a se stesso, ma non quella di Dio.

Il cuore del discorso di Bergoglio, che manifesta il suo pensiero, è il seguente: “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”. E questa consapevolezza “restituisce umanità all’accompagnamento del morire”. In questo si manifesta lo spirito anticristiano, contro la vita, di Bergoglio che, subito dopo, confonde volontariamente le coscienze dicendo che ciò non apre giustificazioni “alla soppressione del vivere”, che ciò “ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita”.

Questo modo di agire è tipico dello stile di Bergoglio, che prima lancia la sua bomba spirituale contro la sacralità della vita, esaltando l’ “accompagnamento a morire”, per poi però affrettarsi a dire che tutto ciò è diverso dall’eutanasia, perché il significato “etico” di tale azione sarebbe diverso.

Per tanta gente comune questi discorsi rimangono incomprensibili. Bergoglio non segue l’insegnamento di Gesù, che chiede ai Suoi figli di parlare dicendo “sì, sì” e “no, no”, ma si manifesta, per la sua voluta ambiguità, come chi viene dal maligno, come dice Gesù nel Vangelo. Ma le parole di Bergoglio sono un chiaro segnale per i medici e per gli addetti ai lavori, quando incoraggia e loda l’ “accompagnamento a morire”, dicendo che accettare di non poter impedire la morte “restituisce dignità” all’ “accompagnamento a morire”.

Ma Cristo ha vinto la morte! Per un cristiano che crede nell’onnipotenza di Dio, in Cristo tutto si può. Come si dice, “fin che c’è vita, c’è speranza”. Ecco che un vero cristiano deve incoraggiare alla difesa della vita con tutte le proprie forze, fino in fondo, sapendo che in Cristo tutto è possibile. Anche quando per l’uomo non vi sono più speranze, fino all’ultimo in Cristo tutto è possibile.

Questa è la speranza che deve infondere un credente in Cristo, sapendo che anche dopo la morte del corpo in Cristo la Vita continua, per l’eternità. Questo è il vero accompagnamento che chi guida la Comunità dei cristiani è chiamato ad infondere nel cuore e nella mente dei medici e degli operatori sanitari, per far comprendere loro che in Cristo il Mistero della Vita dopo la morte è vivo. È questo il “cambio di prospettiva” che i cristiani devono portare nel mondo. E ciò è ben diverso dal dire, come fatto da Bergoglio, che accettare che la morte è inevitabile “restituisce dignità all’accompagnamento del morire”.

Come sempre la differenza è sottile ma essenziale e sostanziale. Ma ancora una volta questo fa comprendere lo spirito anti-cristiano, anti-Vita, anti-Cristo di Bergoglio.




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